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Cominciò, così, per
la Sicilia la “ mala signoria “, come fu definita da Dante
(Paradiso, canto VIII, v. 73), che doveva essere la causa
dell'insurrezione del Vespro.
Infatti, Carlo, non avendo alcuna considerazione per la civiltà la
tradizione, le esigenze del popolo siciliano, non rispettò
l'ordinamento politico, sociale ed economico dell'Isola e instaurò
nel Regno l'antiquato sistema feudale francese. Impose al popolo
soggetto una classe dirigente estranea ed avida, un esercito di
vassalli, familiari, ufficiali regi, a cui si era legato con
promesse all'inizio dell'impresa, col compito di esercitare un
sordido fiscalismo e con la licenza di trarre i massimi vantaggi.
Trasferì, inoltre, la capitale da Palermo a Napoli, umiliando
l'orgoglio dei Siciliani e, in particolar modo, della classe
aristocratica.
Allorché le vessazioni e le esazioni divennero insostenibili (a
causa della spedizione contro l'Impero d'Oriente, che il re
preparava), scoppiò la rivolta del Vespro che vide accomunati la
nobiltà, spogliata di privilegi e di terre, e il popolo, vittima di
violenze e soprusi.
L'insurrezione dilagò in tutta l'Isola: ultima città ad aderirvi fu
Messina, sede del Vicariato di Carlo ed unica a godere di certe
franchigie.
Essa, però, “ tamquam portus et porta Siciliae “ (Saba Malaspina),
doveva sostenere l'assedio degli Angioini e pagare un notevole
tributo di sacrifici e di sangue.
Nella difesa della città, rifulsero le qualità del condottiero,
l'amore della libertà e la salda coscienza morale di Alaimo da
Lentini.
Molto viva è la presentazione che, nella sua prosa colorita, ma
efficace, fa di lui Michele Amari, lo storico della guerra del
Vespro, di cui ci piace riportare qui alcuni brani.
In seguito alla sconfitta subita dai Messinesi a Milazzo, sorsero
nella città dei tumulti, nei quali il popolo, deposto l'inesperto
capitano Baldovino Mussone, “ a una voce, persuadendolo forse i più
savi, gridò capitano Alaimo da Lentini, nobile di sangue, vecchio
robusto e animoso, espertissimo in guerra. Fu somma ventura di
Messina e di tutta l'Isola.
Egli, preso appena il comando, ordinò con più alto argomento la
difesa della città; riparò, sopravvide, indefesso addestrò il popolo
alle armi”.
Poi venne l'attacco.
Il 6 agosto 1282, Alaimo respinse il furibondo assalto dei francesi
contro il Monastero del Salvatore, posizione chiave dell'assedio,
perché sito all'ingresso del porto.
Le truppe angioine rinnovarono l'irruzione il giorno 8, investendo
il monte della Capperina, che, sovrastando la città da sud-ovest,
era stato fortificato di steccato e fosso e munito di arcieri.
I nemici stavano già guadagnando l'altezza, quando Alaimo, conscio
della gravità del pericolo, accorse trascinando il popolo alla lotta
e vittoriosamente ricacciò gli invasori che avevano raggiunto il
ridotto.
Essendo i cittadini decisi a resistere, venne a Messina il legato
pontificio, Cardinale Gherardo da Parma, il quale fu accolto con
tutti gli onori e ricevette in cattedrale le chiavi della città e il
bastone del comando da parte del capitano del popolo.
Era desiderio di Messina affidarsi al presule della Chiesa, ma il
legato, in conformità alla sua missione, disse di volere
riconciliare e consegnare la città al re, il quale avrebbe usato
clemenza verso i rivoltosi.
Narra Michele Amari che a quelle parole Alaimo : “ A Carlo no -
proruppe con voce di tuono e gli strappava il bastone del comando -
no, Padre, vaneggi : i francesi mai più finché sangue e spade avremo
noi ! “.
Sorse un grande clamore e i tentativi “onesti e franchi” della
mediazione caddero a vuoto.
Inutilmente la rabbia nemica si scatenò contro la cittò: tutti gli
assalti furono respinti, quello del 15 agosto alla Capperina, quello
del 2 settembre alle mura settentrionali, quello “generale ed
estremo”del 14 settembre.
In tutti questi scontri domina la figura di Alaimo che “sfavillante
in volto, corre per ogni luogo: agli steccati, agli spalti, ov’è
maggior l'uopo, ove più aspro il pericolo; sopravvede i movimenti
del nemico, regge tutta la difesa, rifornisce gli stanchi coi
freschi guerrieri, supplisce le armi, esorta e combatte.
Con esso i condottieri, i cittadini di maggior nome, adopran tutti
secondo la prova estrema e disperata; in tutto il popolo è una virtù
- Viva Messina e libertà- e torna la lena ai petti e s'addoppia il
vigore alle braccia e non è chi curi di ferite e di morte”.
Infine, re Carlo, vista l'inutilità della lotta, tentò di corrompere
l'animo di Alaimo : venivano offerti il perdono alla città al
valoroso difensore 10.000 once d'oro, una rendita annua di 200 once,
onori e dignità, in cambio della resa.
Alaimo rispose che mai avrebbe tradito i suoi fratelli e i suoi
figli e che la sua pi- alta aspirazione era la libertà della patria,
per la quale era pronto a sacrificare anche la vita.
Il 24 settembre fu occupato dai francesi il palazzo
dell'Arcivescovado, nei pressi delle mura.
Nella notte i soldati di Alaimo assalirono l'edificio e uccisero i
nemici, mentre schiere di messinesi, in una sortita, recavan
scompiglio nel campo angioino.
Scoraggiato dagli insuccessi e temendo l'arrivo di Pietro d'Aragona
e delle sue truppe, il 26 settembre Carlo d' Angiò tolse l'assedio
alla città
* * *
Poche e frammentarie sono le notizie ( che le fonti ci offrono )
relative all'arco dell'esistenza di Alaimo, precedente gli
avvenimenti di Messina.
Non conosciamo l'anno di nascita, ma sappiamo che il termine
“Lentini ", aggiunto al nome di battesimo, si riferisce al luogo
d'origine e non alla famiglia, come dimostra Pisano Baudo nella
Storia di Lentini, p. 151, nota 3, con il confronto dei diversi
stemmi e la storia della famiglia lentinese di Alaimo.
Nobile di nascita, forse congiunto dei S. Basilio di Lentini, fu di
parte guelfa e perciò esiliato da Manfredi.
Ritornò in Sicilia dopo la battaglia di Benevento, divenne
consigliere e familiare di Carlo d' Angiò e ottenne da lui ( con
diploma del 22 agosto 1274) la carica di Giustiziere, prima nel
Principato e nella terra di Benevento, poi in Sicilia.
Nell'ordinamento giuridico del Regno, il giustiziere “rappresentava
l'autorità regia, invigilava l'ordine pubblico, giudicava le cause
penali e in appello le civili, affidate in prima istanza ai giudici
delle terre o università, e curava l'esazione dell'imposta fondiaria
“ .
Alaimo esercitò tale ufficio fino al 1278; nel 1279 assunse con
altri la screzia di Sicilia e nel 1282 divenne Stradigota di
Messina.
Sinceramente amante del suo popolo e della sua terra e vivamente
addolorato per le condizioni in cui versava la Sicilia, cominciò ad
allontanarsi in cuor suo dagli Angioini e dalla loro politica.
Il Pisano Baudo ci parla di un viaggio di Alaimo a Napoli,
intrapreso nel tentativo di fare alleviare le sofferenze degli
isolani.
Ricevuto dalla regina, sarebbe stato trattato con ostilità, per cui
ritornò in patria amareggiato e convinto che nessuna concessione si
sarebbe potuta ottenere dalla Corte.
Al divampare della rivolta siciliana, Alaimo cercava di persuadere
l'animo dei messinesi alla prudenza e alla attesa, ma il popolo,
male interpretando il suo atteggiamento, lo depose dalla carica di
stratigota.
Dopo l'insuccesso di Milazzo, attribuito all'imperizia del nuovo
comandante, il vecchio lentinese fu acclamato capitano del popolo di
Messina, Catania e dei comuni da Tusa ad Augusta.
Sotto la sua guida, com'è stato detto precedentemente, la città
dello Stretto riusciva a difendere la sua libertà.
Intanto Pietro III d' Aragona, sposo di Costanza, figlia dj
Manfredi, quindi legittimo pretendente dell'eredità degli
Hohenstaufen, sollecitato dagli esuli siciliani e chiamato in aiuto
dal popolo dell'Isola, era sbarcato in Sicilia e avanzava alla volta
di Messina.
Alaimo, posponendo i suoi principii personali alla volontà e
all'interesse generale, gli andò incontro con il popolo (2 Ottohrc
1282) : il re lo fece cavalcare al suo fianco, gli manifestò la sua
gratitudine per la difesa di Messina e gli disse che ormai doveva
essere dimenticato il tempo in cui aveva parteggiato contro gli
Svevi.
Alaimo affermò di non essere stato nemico di Manfredi; che a causa
delle fazioni era stato esiliato da lui; era tornato poi coi
Francesi, ma, per amore della patria che vedeva straziata ed
avvilita, era divenuto a loro ostile.
Apprezzando la sua franchezza e nobiltà di sentire e stimandolo
degno di assumere funzioni di responsabilità, il re lo nominò
maestro giustiziere a vita di tutto il reame ( 21 Ottobre 1282), gli
diede in feudo le terre di Palazzolo, di Buccheri e del Casale di
Odogrillo e ne rinnovò la concessione a lui, alla moglie Macalda e
ai figli.
Inoltre, prima di partire dalla Sicilia per Bordeaux, sede prescelta
per il duello con re Carlo, Pietro d' Aragona donò al gran
giustiziere il proprio cavallo, l'elmo, lo scudo, la lancia e la
spada e gli affidò la protezione della moglie Costanza e dei figli.
Alaimo mostrò di meritare pienamente la fiducia del re in tutti gli
atti del suo ufficio e, in modo particolare, quando, assieme a
Giacomo, secondogenito di Pietro, domò la ribellione capeggiata dal
barone Gualtiero di Caltagirone, il quale, rifugiatosi a Butera, fu
persuaso dal nobile lentinese ad accettare il nuovo governo.
Quando, però, il barone si ribellò per la seconda volta, catturato,
fu giudicato e condannato a morte dall'alto giustiziere (1283).
L'autorità e il prestigio di Alaimo si consolidavano sempre più,
sicché, dopo la partenza di Pietro d' Aragona per la Catalogna,
l'invidia e la gelosia spinsero i cortigiani a tramare contro di
lui.
L'occasione fu presto trovata.
Nella battaglia del Golfo di Napoli ( 1284), era caduto prigioniero
degli aragonesi Carlo lo Zoppo, figlio di Carlo d' Angiò), e i
ghibellini più accesi volevano vendicare l'uccisione di Corradino
chiedendo la testa del principe catturato.
Al loro disegno si oppose energicamente Alaimo, in qualità di grande
giustiziere.
Sospettato di tradimento dai suoi nemici, divenne inviso al reggente
Giacomo, che volle punire tutti coloro che avevano impedito la morte
dell' Angioino.
Secondo Bartolomeo di Nicastro, invece, la rovina di Alaimo fu
determinata dalle stranezze e dai maneggi della moglie, Macalda
Scaletta, donna ambiziosa e bizzarra, il cui comportamento avrebbe
provocato l'antipatia e lo sdegno della regina e della corte.
Molto significativo, per altro, è il fatto che nessuna menzione del
supposto tradimento si trovi nelle cronache di Raimondo Montaner e
Bernardo d'Esclot, scrittori catalani contemporanei agli
avvenimenti.
E' quindi da escludere, alla luce delle testimonianze dei cronisti e
dei documenti del tempo, che Alaimo avesse verarnente intrecciato
relazioni con gli angioini ai danni di Pietro d’Aragona e di
Giacomo.
Questi, volendo allontanare il giustiziere dalla Sicilia, Io convocò
al consiglio che si tenne a Trapani e gli ordinò di recarsi a
Barcellona col pretesto di sollecitare gli aiuti contro i francesi,
già richiesti a re Pietro.
Alaimo partì il 19 Novembre 1284 e successivamente il reggente ne
faceva imprigionare la moglie e i figli e incamerava e divideva i
suoi beni senza regolare giudizio.
A Barcellona, Alaimo fu accolto amichevolmente da Pietro III, il
quale si sdegnò per il modo di procedere del figlio, concedette al
difensore di Messina una larga pensione e promise che sarebbe
tornato con lui in Sicilia.
I nemici di Alaimo, però, nel numero dei quali erano forse gli
stessi Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria, non desistettero dal
macchinare.
Così, alla morte di Pietro III, Giacomo, divenuto re, temendo che il
nobile lentinese fosse liberato e che " al ritorno di quel grande
potesse seguire qualche novità in Sicilia “, decise la sua morte.
Alaimo fu richiamato in patria assieme ai nipoti Adenolfo di Mineo e
Giovanni di Mazzarino, anch'essi sospetti di tradimento.
In vista delle coste della Sicilia, il 2 giugno 1287, i tre
prigionieri furono chiamati sulla tolda della nave e appresero la
loro condanna.
“Non meravigliò Alaimo, ne tremò della morte, ne con vane parole
toccò il passato, o si querelò; se non che risentiva l'acume di
crudeltà che volle comandare tal supplizio alla vista dell'isola e
negargli sepoltura nella terra degli avi. Del resto, con la
rassegnazione del Vangelo pregava salute al re, ai carnefici stessi
...".
La sentenza fu eseguita : i prigionieri vennero “mazzerati " cioè
rinchiusi ciascuno in sacchi di tela zavorrati e buttati in mare.
Così conclude l' Amari il racconto sulla morte di Alaimo di Lentini:
“Approdò a Trapani la scellerata nave; e per tutta la Sicilia si
disse con orrore della fine di Alaimo. Ricordavano la nobiltà del
sangue, il grand'animo nelle cose della guerra e dello Stato, la
possanza a cui salì, il pazzo orgoglio di Macalda che aiutò a
perderlo; e tremavano gli amici, sussurravano i guardinghi gran
cagione doverne avere per certo il re. Questi romori in intricato
linguaggio riferisce il Nicastro e riporta con simpatia di dolore
tutto il supplizio e i memorabili detti di Alaimo, forse il miglior
cittadino, certo l'uomo più famoso che la Sicilia vantava nella
rivoluzione del Vespro “.
Fonte: prof. Filadelfo Favara
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